Elegant solutions and human behaviour

You never know when inspiration is coming your way, till it hits you.

I was cooking while a colleague of mine was watching Numbers, a quiet old TV Show (it started in 2005). “What’s that?” I asked. “The guy solves crime cases using math and algorithms” she said.

I stopped for a second. It definitely sounded like the type of nerd stuff that I could totally fall in love with.

I came closer to the laptop to check it out, just in time to hear one of the characters come up with a groundbreaking description of one of the most frustrating issues I experience working in Social Good with a pragmatic and design-driven mindset:

“Charles, you are a mathematician, you’re always looking for the elegant solution.

Human behaviour is rarely, if ever, elegant. The universe is full of these odd bumps and twists. You know, perhaps you need to make your equation less elegant, more complicated; less precise, more descriptive. It’s not going to be as pretty, but it might work a little bit better.

Charlie, when you’re working on human problems, there’s going to be pain and disappointment. You gotta ask yourself, is it worth it?

Hooked.

Switch “mathematician” with “designer” and we’re all set.

As a Fine Arts student and a creative, I know the power of beauty. I live by it. Not the superficial beauty — the more pure and profound one, made of sense of proportion, vibrance, elegance.

I know its ability to inspire, to move, to cut your breath, to make you see things you couldn’t imagine before, to touch your very centre and lit it up, to give form to ideas. Beauty, in all its forms, has always moved humanity, creating the space and time to honour and celebrate what ultimately inspire and elevate our spirit. It’s the hardest thing to describe, yet the one we try to express the most.

But, as Plato would put it, beauty is a characteristics of forms. And forms are the imperfect result of pure ideas manifesting into reality.

That Number’s quote resonates so much because I often find myself stuck with trying to make a solution be beautiful (sometimes even confusing beautiful with perfect), instead of fully focusing on delivering a solution that is, quoting Numbers again, “not going to be as pretty, but (that) might work a little bit better”.

I find important to be moved by beauty, to follow our inner call to shape a better reality around us, by making things that elevate us and improve our lives. But it has to be balanced by effectiveness.

But to make this work, we have to solve the fact that often people see “beautiful” as opposite to “ethical” or “right“.

Somehow, we have become stuck with the idea that “good” must be “humble“, “poor“, ever “rough“. Maybe it’s a projection of the Catholic idea of humility? Let’s think about any communication content on Social Good: whenever it’s “too beautiful” or “too perfect”, there’s always someone turning up his nose.

I think the time has come to solve this dispute.

If we want solutions to work well, of course we should focus on making them be effective… first.

But if we want solutions that engage others, that inspire to act differently,that trigger subtle but powerful educational mechanisms, that reshape unhealthy behaviours — then beauty and elegance must be part of the equation, together with effectiveness.

We naturally reject anything that make us feel uncomfortable, even when they are the best for us. And we love things that make us feel comfortable, even if we know they are bad for us.

What I’d love to see more and more in Social Good is solutions that keep the eye on being effective and impactful, but that also work as triggers to change things on a much wider and much deeper level.

Solutions that are not just right and effective, but also inspiring.

As Buckminster Fuller perfectly stated:

When I am working on a problem, I never think about beauty but when I have finished, if the solution is not beautiful, I know it is wrong.

 

 

Unire Startup, impatto sociale e Impact Investing: quando, come, e perchè

Sono già passati tre mesi da quando sono rientrata dal Cile, dove ho vissuto per poco meno di un anno e mezzo.

Grazie al programma Start-Up Chile, ho ricevuto circa 40.000 $ a fondo perduto e un visto di un anno per trasferirmi a Santiago e sviluppare la mia impresa a vocazione sociale, Flythegap (le application sono attualmente aperte, qui il link).

Cosa chiede il governo Cileno in cambio del finanziamento e del visto? Semplice, “to give back to society”: sviluppare progetti ad impatto sociale sul territorio.

L’impatto culturale del Cile, però, non si è fatto sentire solo a livello di lingua, tradizioni e mentalità. ll mio inconscio mindset italo-europeo sul tema “impresa sociale” è stato infatti messo immediatamente alla prova.

Qui in Europa il concetto di “social enterprise” continua ad essere oggetto di più o meno esplicite dispute, che vanno da cosa si intenda esattamente per “impresa sociale”, ai modelli di sostenibilità, al chiarimento di quali siano le differenza tra un’impresa sociale e una startup a vocazione sociale, al fatto che la Sharing Economy è semplicemente tutto un altro tema — e via discorrendo.

In Cile è, da questo punto di vista, molto più semplice: hai una idea di startup? Puoi fondarla in 24h, con circa 20$, online. Crea un impatto sociale? Si? Bene. Quale? È verificato? Fine.

Dal OuiShare Fest, al Social Good Summit, al Festival Internacional de Innovación Social che ho avuto l’onore di conoscere da dietro le quinte, le possibilità di entrare in contatto con queste tematiche sono ormai moltissime. Tutt’ora, però, rimangono confuse e frammentate.

Rientrando in Italia, non riuscivo a smettere di pormi sempre le stesse domande: cosa troverò, al di là delle parole sui media? E cosa si potrà fare in merito?

Atterrata a Milano, ho avuto quello che viene definito un “reverse cultural shock”: ho trovato una Italia post-Expo 2015 e pre-elezioni civiche 2016, in piena balia di quella stessa frammentazione di linguaggi, approcci e obiettivi a cui non ero più abituata. L’ulteriore situazione dell’Europa, disorientante e difficilissima, non aiuta a tenere delle linee guida chiare, soprattutto di fronte alla crisi rifugiati che fa impallidire la maggior parte delle altre tematiche fino ad allora definite cruciali.

Da una parte, non potevo non capire la confusione, il disorientamento, la difficoltà di persone e organizzazioni nel decidere cosa si potesse fare, come, e con chi, di fronte a tutto questo.

Però per natura, e forse anche per influenza pallavolistica, tendo a reagire alle situazioni invece di subirle, individuando gli alleati e coordinando una azione di risposta. Anche in assenza di ginocchiere, palla e rete.

So che ci sono molti attori sul territorio che, da più o meno anni, si concentrano sullo studiare e mettere in atto piani di sviluppo del territorio, con le persone al centro e la responsabilità sociale come obiettivo di innovazione. Questi attori sono diversi, parlano lingue diverse e hanno obiettivi su piani diversi, ma credo che il panorama attuale impedisca di continuare a credere che il “fare per conto proprio” sia una opzione valida.

È facile credere che i “grandi passi” li debba prendere qualcuno che abbia l’autorità per farlo — alla fine, il sistema a cui apparteniamo ci ha storicamente insegnato che funziona così. La realtà però, oggi, è un’altra. Non esistono più grandi atti di coraggio di singoli, ma solo passi che si può scegliere o meno di fare insieme.

Ho deciso quindi di fare il mio passo, e lanciare un appello per aprire un confronto con quelle persone, organizzazioni ed istituzioni interessate a ripensare l’interazione tra questi tre grandi temi: imprenditorialità, impatto sociale e impact investing per lo sviluppo del territorio.

Questo mio appello ha ricevuto risposte pressoché immediate — ancora una volta segno del fatto che di voglia di fare ce n’è molta, e che è giunto il momento di indirizzarla.

Hanno risposto Fabriq, l’incubatore di imprese sociali di Milano, l’assessorato di Politiche Sociali del Comune, ItaliaCamp, il Politecnico di Milano e molti altri, con cui ci troveremo il 28 Gennaio presso la Società Umanitaria, dalle 18.30.

Insieme a me interveranno anche Cristina Tajani (Assessore Politiche per il Lavoro, Sviluppo Economico, Università e Ricerca), Mario Calderini (Politecnico di Milano), Marco Nannini (FabriQ), Francesco Pozzobon (ItaliaCamp) e Roberto Randazzo (R & P Legal). Qui c’è il link per registrarsi all’evento.

Sicuramente questo incontro vede ciascun attore partecipare per ragioni diverse.

La mia speranza e la mia volontà? Fare di questa serata una opportunità per confrontarci, per riconoscere la compatibilità degli obiettivi di ciascuno e individuare passi concreti da realizzare affinché si esca dalla dimensione “dialogo” e si possa entrare, coordinati, in azione.

“We must do it today, because today is when matters.”
(Aaron Swartz)