Unire Startup, impatto sociale e Impact Investing: quando, come, e perchè

Sono già passati tre mesi da quando sono rientrata dal Cile, dove ho vissuto per poco meno di un anno e mezzo.

Grazie al programma Start-Up Chile, ho ricevuto circa 40.000 $ a fondo perduto e un visto di un anno per trasferirmi a Santiago e sviluppare la mia impresa a vocazione sociale, Flythegap (le application sono attualmente aperte, qui il link).

Cosa chiede il governo Cileno in cambio del finanziamento e del visto? Semplice, “to give back to society”: sviluppare progetti ad impatto sociale sul territorio.

L’impatto culturale del Cile, però, non si è fatto sentire solo a livello di lingua, tradizioni e mentalità. ll mio inconscio mindset italo-europeo sul tema “impresa sociale” è stato infatti messo immediatamente alla prova.

Qui in Europa il concetto di “social enterprise” continua ad essere oggetto di più o meno esplicite dispute, che vanno da cosa si intenda esattamente per “impresa sociale”, ai modelli di sostenibilità, al chiarimento di quali siano le differenza tra un’impresa sociale e una startup a vocazione sociale, al fatto che la Sharing Economy è semplicemente tutto un altro tema — e via discorrendo.

In Cile è, da questo punto di vista, molto più semplice: hai una idea di startup? Puoi fondarla in 24h, con circa 20$, online. Crea un impatto sociale? Si? Bene. Quale? È verificato? Fine.

Dal OuiShare Fest, al Social Good Summit, al Festival Internacional de Innovación Social che ho avuto l’onore di conoscere da dietro le quinte, le possibilità di entrare in contatto con queste tematiche sono ormai moltissime. Tutt’ora, però, rimangono confuse e frammentate.

Rientrando in Italia, non riuscivo a smettere di pormi sempre le stesse domande: cosa troverò, al di là delle parole sui media? E cosa si potrà fare in merito?

Atterrata a Milano, ho avuto quello che viene definito un “reverse cultural shock”: ho trovato una Italia post-Expo 2015 e pre-elezioni civiche 2016, in piena balia di quella stessa frammentazione di linguaggi, approcci e obiettivi a cui non ero più abituata. L’ulteriore situazione dell’Europa, disorientante e difficilissima, non aiuta a tenere delle linee guida chiare, soprattutto di fronte alla crisi rifugiati che fa impallidire la maggior parte delle altre tematiche fino ad allora definite cruciali.

Da una parte, non potevo non capire la confusione, il disorientamento, la difficoltà di persone e organizzazioni nel decidere cosa si potesse fare, come, e con chi, di fronte a tutto questo.

Però per natura, e forse anche per influenza pallavolistica, tendo a reagire alle situazioni invece di subirle, individuando gli alleati e coordinando una azione di risposta. Anche in assenza di ginocchiere, palla e rete.

So che ci sono molti attori sul territorio che, da più o meno anni, si concentrano sullo studiare e mettere in atto piani di sviluppo del territorio, con le persone al centro e la responsabilità sociale come obiettivo di innovazione. Questi attori sono diversi, parlano lingue diverse e hanno obiettivi su piani diversi, ma credo che il panorama attuale impedisca di continuare a credere che il “fare per conto proprio” sia una opzione valida.

È facile credere che i “grandi passi” li debba prendere qualcuno che abbia l’autorità per farlo — alla fine, il sistema a cui apparteniamo ci ha storicamente insegnato che funziona così. La realtà però, oggi, è un’altra. Non esistono più grandi atti di coraggio di singoli, ma solo passi che si può scegliere o meno di fare insieme.

Ho deciso quindi di fare il mio passo, e lanciare un appello per aprire un confronto con quelle persone, organizzazioni ed istituzioni interessate a ripensare l’interazione tra questi tre grandi temi: imprenditorialità, impatto sociale e impact investing per lo sviluppo del territorio.

Questo mio appello ha ricevuto risposte pressoché immediate — ancora una volta segno del fatto che di voglia di fare ce n’è molta, e che è giunto il momento di indirizzarla.

Hanno risposto Fabriq, l’incubatore di imprese sociali di Milano, l’assessorato di Politiche Sociali del Comune, ItaliaCamp, il Politecnico di Milano e molti altri, con cui ci troveremo il 28 Gennaio presso la Società Umanitaria, dalle 18.30.

Insieme a me interveranno anche Cristina Tajani (Assessore Politiche per il Lavoro, Sviluppo Economico, Università e Ricerca), Mario Calderini (Politecnico di Milano), Marco Nannini (FabriQ), Francesco Pozzobon (ItaliaCamp) e Roberto Randazzo (R & P Legal). Qui c’è il link per registrarsi all’evento.

Sicuramente questo incontro vede ciascun attore partecipare per ragioni diverse.

La mia speranza e la mia volontà? Fare di questa serata una opportunità per confrontarci, per riconoscere la compatibilità degli obiettivi di ciascuno e individuare passi concreti da realizzare affinché si esca dalla dimensione “dialogo” e si possa entrare, coordinati, in azione.

“We must do it today, because today is when matters.”
(Aaron Swartz)

We are Gatekeepers

Tonight is one of those nights when you walk home and you feel like there are things falling into place, one by one. You can’t say exactly what, nor why – and maybe it doesn’t even really matter.

It’s been one month since I landed in Santiago – a month that’s been dense like 3 months and that passed by quick enough to feel like just couple of weeks.

I’ve been writing already about why I like so much the Startup Chile program and its potential to create change in a unique way, also through the various initiatives that it allows you to set up.

Today for example I was joining for the first time a gathering of some entrepreneurs from Startup Chile Generation 10, whose business are particularly focused on social issues. I was with Luis Bajaña (Cyclemoney), James Shannon (LocalFoodLab) and Christopher Pruijsen (Sterio.me) having an open confrontation on social entrepreneurship in front of a small crew of people, talking about our own projects and also introducing the Hack4Good hackathon that is taking place this weekend in Santiago.

At one point I was impressed by how we were all saying that, no matter how long it’ll take to get some funding or a proper investment – we’re going to bring our projects on anyway. “It’s just needed.”

There was no hesitation in our voices or looks, and it wasn’t the type of situation where you have to try to impress someone. It felt just like the most honest manifestation of the urgency we feel to do what we’re doing. More because of a sense of social justice than a sense of profit.

This made me think of quote that I found a few months ago, thanks to another impactful being I’m honored to know, Davide Casali:

“We have an ethical responsibility to not do things we don’t want into this world. We are gatekeepers.”

Mike Monteiro

I personally think that it’s important to talk more about social entrepreneurship, to explore more its dynamics and its characteristics. But if I take a look beyond the details, I see one single overall principle that silently unifies any business that keeps in mind the consequences that it creates on a social, environmental, economical or cultural level. A principle that Mike Monteiro‘s sentence expresses perfectly:

this world is going to be about what WE will decide it will be about.

Considering what impact our business is going to have on reality is more that a triple-bottom-line trend, and certainly more than just joining a social-impact-centered program for startups.

It’s about choosing to feel the responsibility of manifesting a certain type of values, with every single one of our acts – or not.

It’s about remembering that our life is our message, and that each of our choices creates an impact, and that this same dynamic scales exponentially when you set up a business: because it will create impact on many different levels at the same time.

We ARE gatekeepers.

And if knowing this is not enough to remind us the importance of what we’re doing (and of how we’re doing it), then I don’t know what else could.

End of week #2 – why I think Startup Chile is making the difference

It’s been two weeks now since I landed in Santiago, and exactly 10 days since I’m officially part of the Startup Chile Program.

While the first week was mostly about getting some point of reference and meeting some of those people we’re going to co-work (and have fun) with in the next months, this second week has been about settling down and get our businesses and projects running again.

Despite the intermittent access to the Internet (still no WIFI connection in our apartment, we’re working on it) I had the chance to get in touch with some of the people I and we, as Flythegap, work with back in Europe.

“So how’s Startup Chile? How’s the program?” it’s been a question many of them asked me, and the answer is worth sharing.

First of all, I might be wrong but – this is the only program I know that invests public funds in cross-sector and international private companies, asking social impact activities on the territory in return instead of equity.

Yes, there’s room for improvement (I dare you to name any program or organization that doesn’t need any improvement) but what I see here is a call to action that every four months brings entrepreneurs coming from any country of the globe to the same city, trying to build an environment that is not just made of business plans, pitches and ROI projections but that asks us to think over how we could create value for others – personally and with our businesses.

They ask, and then they require action. Which is something I feel very much needed, here and now just as in many other places in the world.

Maybe this program doesn’t give the woah-amount-of-money we all dream for our projects, and maybe it’s very different from what the Silicon Valley or any other startup environment have to offer, at any level.

But if even just 50% of the entrepreneurs who have been part of the Startup Chile program get away with an enhanced focus on what’s the impact they and their business can create in the world, well…

then I am not only glad to be here. I’m also glad Startup Chile is trying to make this difference.

Make it count.

Santiago, Startup Chile – day #1

This has been the day when being in Santiago met with being part of an international entrepreneurial program.

12K applicants, coming from 115 countries, tried to take part to the Startup Chile program since it has been founded.

Generation 10, our generation, counted alone 1600 application.

And the first thing Startup Chile’s crew told us has been:

“You have a huge responsibility for being here.

We look and stand for values like:

# Neverstop
# Create extraordinary things
# Do it yourself
# Dare not to be squared

But especially: make it count.”

For the very first time in my life I’ve found myself listening to people who are developing a completely different format to create new entrepreneurial culture and real innovation.

An innovation based on exchanges and interactions, and not on competition.

An innovation made of people, aiming to lower defences and unite aims, for a purpose that goes beyond what individual businesses are trying to do.

An innovation that believes in unity in diversity, and in the impact that this can create – at any level. Entrepreneurial, cultural, social, human.

There’s so much to do.

Glad to be here.